XXX anniversario della morte di Don Paolo Maria Tonucci
Is 25,6a.7-9
1 Gv 3,14-16
Gv 17,24-26
OMELIA
“Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo”.
Questa preghiera, che Gesù rivolge a Dio Padre, ispira la nostra speranza: il Signore vuole che, una volta concluso il nostro cammino in questa vita, possiamo godere in pienezza il suo amore per noi, e vivere in intimità con lui e con i santi, nostri fratelli e sorelle, nella gioia eterna del Paradiso.
Oggi noi chiediamo a Dio questo dono per il nostro fratello don Paolo, sacerdote e missionario, che ha vissuto la sua donazione apostolica in Brasile, paese da lui scelto come nuova patria.
Dal 1965, anno della sua partenza dall’Italia, al 1994, anno della sua morte, sono trascorsi 29 anni, spesi nel lavoro di evangelizzazione, prima a Salvador, nella parrocchia di Nossa Senhora di Guadalupe, e nel quartiere di Fazenda Grande, e poi nella città di Camaçari. Ora sono passati 30 anni dalla sua morte, ma il ricordo di quello che lui ha fatto non si è spento, e serve anzi per suscitare nuove iniziative che si rifanno al suo esempio e alla sua ispirazione.
Da qualche tempo, ho ripreso in mano le lettere che Paolo mi ha scritto, soprattutto nei primi anni della sua missione. Vi è documentato il suo iniziale smarrimento, di fronte alla povertà estrema dei parrocchiani, alla loro miseria morale e alla loro ignoranza religiosa. Si seguono le sue lotte per fornire la parrocchia di strutture elementari per lo svolgimento del lavoro di catechesi. Si segue anche la graduale scoperta delle gravi ingiustizie di quella società, e delle vessazioni operate dalla dittatura militare, che si era impadronita del Brasile dal 1964.
Quello però che appare ancora più chiaramente è l’ispirazione evangelica che ha motivato la sua scelta per la missione. Di questa ispirazione cercherò di condividere con voi alcune manifestazioni. Per questo, l’omelia sarà piuttosto un’antologia, in cui sarà lui stesso a spiegarsi.
Nel 1965, ad aprile, don Paolo mi aveva scritto di aver cominciato a studiare lo spagnolo. Alla mia richiesta di spiegazioni, risponde:
“Per la faccenda dello spagnolo, la questione è molto semplice: tu sai che in fisica ci sono i vasi comunicanti, e penso che ci debbano essere anche nella Santa Chiesa di Cristo se siamo il Corpo Mistico. Siccome in America Latina mancano i sacerdoti, e qui a Fano ne abbondano, mi pare una cosa naturale che mi debba muovere. Intanto mi studio lo spagnolo e se il Signore vuole che vada giù, speriamo che questo studio mi serva. Certo, sarebbe mio desiderio partire quanto prima e ti dico sinceramente, preferisco vederci tutti e due preti in America Latina, che essere alla tua ordinazione” (14/4/65). La data della mia ordinazione presbiterale era già stata stabilita per il 19 marzo dell’anno dopo.
Ricevuto il permesso di partire, Paolo confessa la difficoltà che sente nel prepararsi al distacco:
“Ti dirò che fa un certo effetto sapere di dover partire, sapere di dover lasciare tante cose e persone a cui ci si è affezionati. Mi sto accorgendo che ci si attacca, o almeno che mi ero attaccato molto. Prima non lo sapevo e questa occasione mi è servita molto per fare un esame di coscienza e per pentirmene. Ti servirà questa notizia per vigilare di più sul tuo cuore: noi sacerdoti dovremmo essere così distaccati che il cambiare non dovrebbe pesare affatto. Non credere che mi sia pentito del passo fatto e penso che il sacrificio che sto facendo porrà delle buone premesse per il mio apostolato laggiù” (11/6/65).
A ottobre è partito per il Brasile, dove si parla portoghese, e quindi lo spagnolo non gli è servito.
Quando è già a Salvador, e comincia il lavoro in parrocchia, si rende conto di non riuscire ad arrivare a tutto quello che sarebbe necessario fare:
“Noi dobbiamo fare tutto quello che possiamo fare, prima di tutto dobbiamo diventare santi, ma quando possiamo dire di aver fatto tutto? Si, lo so, non è colpa mia se devo scegliere, se non posso stare tutto il giorno a predicare, se devo dire di no a tanta gente, ma forse se fossi santo tutto sarebbe risolto diversamente, perché Cristo opererebbe in me in una maniera formidabile. E tu sai che essere santi è una cosa tanto difficile e nessuno può dire sto facendo abbastanza. Per me avere questa angustia mi serve anche per non accontentarmi, perché è tanto facile accontentarsi, imborghesirsi. Io mi ricordo che Gesù ha detto che ha portato il fuoco sulla terra, e se abbiamo il fuoco non possiamo stare in pace. San Paolo diceva “Guai a me se non evangelizzo” … Preferisco essere angustiato che essere tranquillo e pacioccone” (14/4/66).
Nell’attività intensa che doveva affrontare, non dimenticava quale deve essere la parte fondamentale del nostro ministero:
“Sono pienamente convinto che solo nella misura in cui saremo contemplativi potremmo fare qualcosa di buono, soprattutto qui dove c’è tanto bisogno. Peccato che tra il dire e il fare c’è il solito mare, e quello che a tavolino è tanto facile, diventa tanto difficile quando si tratta di realizzarlo. Ma bisogna mettersi ugualmente di buzzo buono per far sempre la meditazione, per fare un po’ di adorazione. Perché sennò c’è tanto pericolo di diventare dei funzionari, preoccupati solo alle apparenze e non a quello che è fondamentale” (9/7/66).
Più tardi, torna sullo stesso argomento:
“Prega soprattutto che diventi santo. E che questa gente ami più il Signore, perché comprendo che a volte ci si può illudere costruendo, dimenticando quello che è necessario. Ora andrò a fare un filmino catechistico in un bairro. E poi farò una riunione di catechiste, e in mezzo, dalle 18 alle 18:30, dirò il breviario davanti al Santissimo che rimane sempre solo, perché qui nessuno lo va a trovare. Dopo la riunione potrò cenare e stare 15 minuti in chiesa a raccontare al Signore quello che mi è capitato oggi” (7/9/66).
Questa ricerca è condivisa con altri sacerdoti, anch’essi partecipi della stessa missione:
“In questi giorni ho avuto un colloquio con un prete francese. E abbiamo cercato di studiare insieme la nostra missione qui. Una missione completamente sacerdotale, una missione di strumenti, perché in fondo è Cristo che lavora sul serio. Noi possiamo darci da fare, possiamo studiare nuovi metodi di apostolato, ma se non lo possediamo cosa possiamo dare? E questo soprattutto qui, dove c’è bisogno di una testimonianza di vita veramente sacerdotale” (9/3/67).
Quando avevo condiviso con lui alcune difficoltà incontrate nel mio lavoro a Fano, Paolo mi rispondeva così:
“Lo so che la volontà di Dio può esigere questo per farci morire un po’, per redimere il mondo con Cristo. E proprio spero che sia questo che avvenga per me. Ma quanto è duro! Ti capisco Giovanni, ma penso proprio che la nostra missione in Brasile e in Italia sia di dare una testimonianza di Cristo crocifisso Forse vorremmo morire in un altro modo, più spettacolare, più gradevole per la nostra natura. E invece dobbiamo ricordarci che Cristo ha soprattutto obbedito alla volontà di Dio che l’ha portato alla croce, che umanamente parlando è il fallimento più grande che sia avvenuto nella storia. E noi riusciremo ad aiutare Cristo a salvare i nostri fratelli col nostro fallimento. Sto comprendendo, però che questo si riesce non solo a dire, ma a sentire e a crederci, solo quando si prega forte, malgrado tutto” (19/8/67).
Il lavoro nella parrocchia cresceva sempre di più, creando diversi tipi di disagio:
“Tu non puoi immaginare come stanchi il lavoro sotto questo clima, caldo, umido, senza una pausa, senza un respiro. Mi sto accorgendo che sto lasciando troppo da parte la vita spirituale. Dovrei pregare di più, dovrei adorare di più, perché è bello fare amicizia, ma loro aspettano qualcosa di più da me! È difficile essere prete. Me ne sto accorgendo sempre di più. E non te lo dico come un pentimento, ma perché mi accorgo che dovrei fare un sacco di più. Dovrei essere di più l’uomo di Dio, l’altro Cristo” (24/12/68).
Andando avanti nella lettura delle sue lettere, scopro continuamente le prove di questa angustia, che posso definire soltanto evangelica, e che viene confermata un anno dopo l’altro. In essa, trovo la spiegazione della sua capacità di lavoro, della coerenza nella difesa dei diritti dei poveri e degli oppressi, del coraggio nella denuncia delle ingiustizie. Difatti scriveva:
“Preghiera e azione sono inseparabili. Preghiera che illumina e orienta l’azione, come azione di Dio che agisce per mezzo dell’uomo: azione umana che è risposta storica al Dio che è stato ‘toccato’ nella preghiera” (sett 81).
Non è quindi l’atteggiamento di un agitatore politico, ma sempre quello di un sacerdote, che poteva dire di se stesso:
“Mi sono sentito prete impegnato nell’evangelizzazione celebrando la Messa, annunciando la Parola di Dio, lavorando nella scuola professionale, protestando quando venivano distrutte le baracche delle famiglie, facendo amicizia con gli operai, con i disoccupati, gli universitari, i professori di università. Mi sono sentito educatore ed evangelizzatore non solo parlando ma anche compiendo gesti di solidarietà e di liberazione” (19/10/92).
Perché non dobbiamo credere che l’evangelizzazione sia solo proclamazione astratta di dottrine e di principi, ma deve essere testimonianza concreta, quella che può essere capita e apprezzata anche da chi non condivide la nostra fede.
È spontaneo ricordare le parole di San Paolo VI nella sua Esortazione Apostolica “Evangelii Nuntiandi”, del 1975, quello che alcuni giudicano il più bel documento del magistero papale del XX secolo:
“L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. E poi continua: “Il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile. Il mondo esige e si aspetta da noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità verso tutti e specialmente verso i piccoli e i poveri, ubbidienza e umiltà, distacco da noi stessi e rinuncia. Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda”.
La riflessione su quello che don Paolo ha creduto e vissuto, sulla sua dedizione totale all’amore per il prossimo e la sua tensione verso una santità sempre più coerente ci serva per pensare di nuovo alla nostra vocazione di discepoli e di apostoli, e per rinnovare gli impegni che il Vangelo ci chiede:
“In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Gv 3,16).