don Paolo Maria Tonucci
(Rivista sì alla vita – Ottobre 1994)
Essere disponibili all’adozione a distanza richiede un grande cambiamento nel cuore dell’adottante.
Perché con quelli di quel bambino entrano in casa anche i bisogni dei sofferenti di tutto il mondo
Di fronte alla miseria e alla emarginazione di tanti uomini che vivono vicino o lontano da noi, risuonano sempre alle nostre orecchie le parole di Gesù: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato (non mi avete dato) da mangiare…Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Non possiamo rimanere tranquilli e con le mani incrociate vedendo tanti fratelli che patiscono la fame, l’emarginazione, soprattutto quando ricordiamo che nostro benessere e la nostra società opulenta sono il risultato dello sfruttamento, della miseria degli altri popoli.
Ci colpisce e ci rattrista in modo particolare la situazione degli ultimi, i bambini, loro che sono il futuro dell’umanità.
Esistono molte maniere per aiutare i poveri di quello che viene chiamato il Terzo mondo, senza dimenticarci dei poveri che sono in mezzo a noi.
I governi dei Paesi più ricchi investono miliardi nell’aiuto internazionale, ma in realtà tutto questo serve per rafforzare il potere dei ricchi e per mantenere la dipendenza politica ed economica dei Paesi più poveri.
Organizzazioni umanitarie e religiose moltiplicano progetti di vera promozione (formazione religiosa, professionale e politica) perché i popoli che ancora sono ai margini possano avere le condizioni per costruire la propria liberazione.
II servizio per l’adozione a distanza vuol essere un contributo modesto, ma sincero. di solidarietà. Aiutando un bambino a crescere, ad avere una buona alimentazione e un’educazione indipendente e liberatrice, senza staccarlo dalla sua famiglia e dal suo ambiente, noi stiamo gettando le basi per la costruzione di un mondo nuovo, dove possano esistere rapporti di collaborazione, di solidarietà, di fraternità.
Adottare un bambino significa impegnarsi a cambiar qualcosa nella nostra vita: guardare alle realtà in un modo diverso, non come spettatori, ma come attori, protagonisti, responsabili di una storia che è la nostra storia, intervenendo nella realtà per cercare di cambiarla. Adottando un bambino noi spalanchiamo le porte del nostro cuore, della nostra famiglia, e così a casa nostra, non entra solo lui, ma anche la sua famiglia, il quartiere, la città e il suo paese, con la sua storia e la sua cultura, coi suoi problemi, coi problemi del mondo intero.
Conoscendo quello che succede col nostro” bambino non potremo non interessarci a quello che succede coi bambini che gli sono vicini, con tutti i bambini, coi poveri ed emarginati del mondo.
Sono tanti i bambini che hanno bisogno di aiuto e in tutte le parti del mondo. Perché il discorso sia aperto a tutti, e nello stesso tempo arrivi alla concretezza, occorre scegliere di operare in una zona determinata, in un Paese determinato. Il servizio di adozione a distanza Agata Smeralda ha scelto di portare l’aiuto degli amici italiani nella zona di Salvador Bahia, nel nord est del Brasile.
Il Brasile è la terra dei contrasti, delle grandi ricchezze in mano a pochi, mentre la maggioranza vive nella povertà più assoluta.
Da più di 30 anni la politica economica seguita dai governi militari e civili ha favorito la concentrazione dei capitali nelle città e nella campagna.
La conseguenza che salta agli occhi è l’esodo rurale che ha moltiplicato il numero degli abitanti nelle citta, aumentando le favelas, la miseria, l’emarginazione.
La città di Salvador, con le città periferiche non arrivava, 25 anni fa, a un milione di abitanti: ora ne ha più di 3 milioni… Uno studio del governo di alcuni anni fa calcolava che il 36% della popolazione della grande Salvador viveva in una situazione di estrema miseria. Chi percorre non solo la periferia, ma anche il centro di Salvador e delle altre città è colpito dallo spettacolo di povertà, abbandono in cui vivono le famiglie: disoccupazione e sottoccupazione che favoriscono il mer-cato nero e ogni genere di marginalità. Nelle catapecchie, di pochi metri quadrati, fatte di latta, cartone e pezzi di plastica, dormono (come?) sette o otto persone, nella completa promiscuità, in una mancanza assoluta di acqua potabile e di servizi igienici. Nei quartieri popolari mancano scuole, strutture mediche. Naturalmente chi soffre di più sono sem¬pre i bambini, malnutriti quando riescono a superare il primo anno di vita, costretti a darsi da fare per sopravvivere, per aiutare i genitori e i fratellini.

Laboratorio professionale del Centro Giovanni Paolo II
Ad un’analisi frettolosa e superficiale, sembra che l’origine dell’emarginazione dei bambini, con il fenomeno dei “bambini di strada”, sia da ricercarsi nella mancanza di interesse dei genitori. In realtà la società “organizzata”, con le sue scelte discriminanti, abbandona la maggioranza dei bambini, offrendo loro una vita dura e amara.
Questi figli della miseria sono inghiottiti dalla voragine della fame, non hanno dove abitare e fin da piccoli convivono con una situazione di violenza e di miseria nella propria famiglia che li spinge sulla strada. Sono piccole vittime che fuggono dalla violenza familiare e sociale e che, usando come unica arma la loro intuizione, la loro voglia di vivere, cercano disperatamente di rimanere vivi.
I “bambini di strada”, come tutti i bambini, sono ottimisti, sognatori e credono ancora nel domani, ma nella misura in cui crescono convivendo e abituandosi alla violenza, cominciano a credere che questo sarà il loro destino. E allora vivono di espedienti, sono usati per il traffico di droga, per la prostituzione, vivono in bande per realizzare furti, e anche sequestri. sempre minacciati dagli squadroni della morte, incaricati e proietti dalla stessa polizia per “pulire” la città.
Come risolvere un problema così complesso? La politica economica ha provocato e continua a provocare questa situazione di miseria ed emarginazione. Solo un cambiamento politico potrà portare un cambiamento a livello sociale.
Anche se l’educazione da sola non riuscirà a risolvere il problema dell’emarginazione dei bambini, ogni risposta dovrà passare per l’educazione. I bambini, con un posto sano in cui abitare, ben alimentati e inseriti in una scuola, potranno affrontare con serenità, come protagonisti, il futuro.
Tutte le attività nel campo educativo, soprattutto nella prima infanzia, come nel periodo dedicato all’alfabetizzazione, sono importantissime perché assistono, alimentano e orientano i bambini in un periodo fondamentale del loro sviluppo. Diminuiscono così il rischio della denutrizione, aiutano a prevenire le malattie e in conseguenza proteggono e aiutano anche le famiglie, proteggendo il bambino mentre i genitori si danno da laie pei sopravvivere. Offrono ai bambini la possibilità di avere un educazione che li pie-pari ad affrontare le difficoltà e a costruire la propria storia. Per questo ogni forma di aiuto, da qualsiasi parte provenga, è valido quando serve alla protezione e allo sviluppo autonomo dei bambini.
Si inserisce in questo contesto e con questo obiettivo il servizio per le adozioni a distanza Agata Smeralda: aiutare i bambini di una parte del Brasile ad avere una sana alimentazione, un’educazione scolastica perché possano diventare cittadini veri, protagonisti e soggetti della propria storia.
Le famiglie dei bambini adottati non rice-vono solo un aiuto mensile, sono anche accompagnate da famiglie vicine, appartenenti alle comunità cristiane, o da assistenti sociali.
Il contatto con i bambini e con le loro famiglie permette a questi intermediari di capire sempre di più il dramma di cui sono vittime, di far si che l’aiuto sia indirizzato verso le vere priorità (alimentazione, salute ed educazione dei bambini della famiglia, senza privilegiarne alcuni in detrimento di altri), di ricordare che l’aiuto ha lo scopo di spingere all’autono¬mia e non alla dipendenza.

Casa aperta a ragazzi disabili. In foto Sr. Maurielle.
Il ruolo degli intermediari (famiglie vicine e assistenti sociali) è di creare relazioni di maggiore solidarietà nelle quali la preoccupazione per il bambino e per il suo inserimento nella comunità e nella famiglia apra il cammino per un discorso più profondo sul lavoro, sulla famiglia, sulla violenza, sull’igiene, sulla salute, sui diritti e sui doveri di ogni uomo e di ogni cittadino.
L’esperienza ci insegna che con il servizio delle adozioni a distanza non sono aiutati solo i bambini e le famiglie, ma anche gli intermediari, che molte volte scoprono, vicino alla loro casa, una realtà di miseria e di macinazione che non conoscevano e che sono sempre più motivati a sentirsi anche loro responsabili dell’adozione. Per alcuni adottare un bambino significa mandare ogni mese le 60mila lire, ricevere una fotografia di un bambino che abita tanto lontano e magari seguire, dalle relazioni inviate, le notizie dell’adottato e della sua famiglia.
In realtà l’adozione esige un cambiamento di vita da parte dell’adottante, nella stessa misura in cui vuol collaborare a cambiare la vita nell’adottato. Perché nella nostra famiglia entra qualcuno che viene da lontano, con un’altra cultura, con altri problemi che ci costringe a sentirti come nostri, che ci spinge a interessarci alla problematica di quella famiglia, di quel paese e del mondo, che ci fa diventare preoccupati, inquieti per le sorti di tanti bambini, di tanti genitori, di tanti che sono emarginati.
Nella nostra famiglia entra qualcuno la cui vita, la cui educazione dipende da noi, da una nostra rinuncia, da un nostro sacrificio, dal nostro saper dir di no ad una “necessità” perché lui abbia un pezzo di pane, un quaderno, un paio di sandali…
Nella nostra famiglia entra dietro il nostro “adottato” una moltitudine di fratelli, ai quali abbiamo aperto il nostro cuore e dei quali ci stiamo pure interes¬sando, cercando di risolvere il problema di qualcuno.
♦missionario a Camaçari Salvador (Brasile)