Il tema è molto vasto per poterlo svolgere in poco tempo, anche perché parla di “missionari italiani”. Dovrei partire dalla casuale “scoperta” di Cristoforo Colombo e dall’inizio della occupazione spagnola e di quella portoghese soprattutto in quella Terra di Santa Cruz e, poco dopo, chiamata Brasile. Vari missionari italiani tra i religiosi, soprattutto Gesuiti e Francescani cappuccini, sono arrivati con gli occupanti, per iniziare l’evangelizzazione. Se parliamo dei preti diocesani, come è interesse in questo incontro che fa memoria del carissimo don Paolo, dobbiamo dire che l’immigrazione italiana accanto alle altre, nel grande flusso iniziato alla fine dell’800 e continuato fino ad oggi, ha donato molti sacerdoti figli di famiglie italiane. Basta ricordare alcuni nomi di vescovi brasiliani: Demetrio Venturini, Edson Damian, Crescencio Rinaldini, Luciano Bergamin, Antonio Sarto, Moacyr Grechi, Luiz Gonzaga Bergonzini e tanti altri, per capire quanto sia stato importante, per la Chiesa del Brasile, l’arrivo di italiani ricche di fede e, di conseguenza, di vocazioni. In questa breve collocazione non è possibile un maggiore approfondimento. Al notro incontro interessa fondamentalmente la presenza dei Fidei donum.
Se il secolo XIX e l’inizio del XX ha visto il fiorire degli Istituti missionari anche italiani come: i Comboniani fondati da Mons Comboni vescovo di Verona, i Saveriani da Mons. Conforti Vescovo di Parma, il PIME, Istituto Italiani per le Missioni Estere nato a Milano, la Consolata fondata a Torino dal canonico Allamano, la seconda parte del XX, ha visto la nascita di un nuovo soggetto missionario, il prete diocesano espressione della missionarietà della Chiesa locale, la diocesi.
Già qualcuno aveva iniziato per conto proprio, seguendo le intuizioni di padre Paolo Manna fondatore della Unione Missionaria del Clero. La spinta ufficiale sarà data, però, da Papa Pio XII il 21 aprile del 1957 con l’enciclica Fidei donum che darà il nome tutti i preti inviati dalla loro diocesi a servizio di altre chiese necessitate di presbiteri. Se Pio XII aveva in prospettiva soprattutto le nuove Diocesi africane, Giovanni XXIII nel 1962, amplia gli orizzonti avendo a cuore l’America Latina. Soprattutto il Concilio e con esso la continuità nel pontificato di Paolo VI, il nuovo soggetto missionario diventerà la Chiesa Locale e il presbitero in essa che secondo la Presbiterorum Ordinis non è ordinato solo per una missione limitata al suo territorio ma “fino ai confine della terra” (PO 10).
Alcuni partono come seminaristi e saranno ordinati nella Chiesa che li accoglie, altri inizieranno una preparazione ad hoc in Italia per poi partire dopo l’ordinazione. Tra i partenti perfino un “vescovo fidei donum” Guido Maria Casullo lasciava la sua Diocesi di Nusco in Irpinia per divenire ausiliare della Prelatura di Pinheiro nel Maranhão e due anni dopo vescovo di Cândido Mendes (oggi Zé Doca)
A Verona Mons. Giuseppe Carraro, che già nel 1961 aveva aperto nel suo Seminario su richiesta della CAL una sezione Teologica per l’America Latina, che alla nascita del CEIAL (Comitato Episcopale Italiano per l’America Latina) nel 1962, diventa Seminario per l’America Latina “Nostra Signora di Guadalupe”, frequentato da un gruppo di seminaristi provenienti da vari Seminari e, dopo la solenne inaugurazione l’8 novembre 1964, apre a corsi per chi si impegna ad un servizio pastorale in America Latina, sia preti diocesani che laici, religiosi e religiose. Tra questi nel 1965 don Paolo, che parte in ottobre insieme a don Renzo Rossi di Firenze per Salvador da Bahia.
Nel 1975 termina l’attività del Seminario Nostra Signora di Guadalupe, anche se aveva svolto un ottimo servizio educativo, sia per l’ormai numero ridotto di seminaristi che per la crescita della consapevolezza del legame stretto di chi partiva con e per la sua diocesi. Il Centro del Ceial, diventato poi parte del CUM (Centro Unitario Missionario) unendo all’America Latina, l’Africa e l’Asia (CEIAS) nel 1988, continuava in pieno il cuore pulsante di chi voleva servire quella Chiesa e quel Continente, inviato dalla propria diocesi. Diventava così la casa dei Fidei donum e anche dei volontari e dei religiosi che si sentivano parte di una grande onda missionaria di cooperazione tra le Chiese.
Paolo e don Renzo Rossi di Firenze, si stabiliscono a Fazenda Grande a Salvador da Bahia il cuore culturale del Brasile meticcio. Il paese è in pieno golpe militare in una Chiesa divisa tra vescovi che appoggiano la dittatura, come minor male nel caos del paese, preoccupata della vittoria del partito comunista e dall’altra i vescovi che stanno dalla parte del popolo, dei più massacrati e anche di chi chiede giustizia contro i militari. Siamo in pieno Concilio Vaticano II che definisce la Chiesa Popolo di Dio, che invita a seguire il maestro nella povertà e nella carità. Nel 1968 i vescovi latinoamericani incarnano a Medellin, in Colombia, i valori del Concilio nella cultura e nella situazione del continente. Sposano la causa dei poveri, degli indios, dei contadini, degli emarginati, dei perseguitati. I fidei donum giungono con una carica forte di Vangelo, di santa rivoluzione cristiana, per una chiesa popolo di Dio. Non scelgono posti di potere, vanno nelle periferie, nei villaggi, a contatto con la miseria. Trovano un popolo che ha sete di giustizia, di libertà e di speranza. Si gettano a capofitto, a volte incompresi o dimenticati dalle loro diocesi di provenienza, a volte tentati di gettarsi nella mischia quando il loro lavoro principale è l’educazione capillare, è la formazione di coscienze e di cittadini che si organizzino a partire dalla fede per un mondo migliore. Insieme agli altri operatori locali hanno contribuiscono alla nascita di una chiesa popolo di Dio, comunità di base, con al centro la parola del Signore, con la vocazione di gridare il vangelo con la vita, cittadini che lottano per il diritto alla vita, alla terra, al lavoro, alla casa, alla cultura e alla cittadinanza. Alcuni saranno chiamati dopo un servizio semplice tra i semplici per incarichi nazionali, sentiranno il dovere di diventare sempre più brasiliani, di immergersi nella cultura e nella storia, di studiare per trasmettere alla loro gente i valori del loro paese e quelli universali. Alcuni diventeranno anche vescovi, alcuni rimarranno là invecchiando dimenticati dalle loro dicoesi di provenienza è rimarranno come dono definitivo alla chiesa che li ha accolti. Altri perderanno la vita sul campo, Alfonso De Caro di Salerno, Leo Commisari di Imola, Claudio Bergamaschi e Maurizio Maraglio di Mantova, Luis Lintner di Bolzano, Ruggero Ruvoletto di Padova, Carlo Ubbiali di Cremona. Tutti, come scrive papa Francesco anche lui figlio di immigrati italiani, si sono mescolati con le pecore e ne portano l’odore, le gioie, i dolori e le speranze.
Il ricordo di Paolo, di Renzo, e di tanti amici già nella casa del Padre, ci chiede di cogliere quel dono che ci hanno lasciato per una Chiesa che spesso si chiude su se stessa, incapace di cooperazione e di scambio, dove il pericolo che chi parte non vada più a nome della sua Chiesa ma a servizio di sé stesso o di un movimento o d’altro. Che i fidei donum che ci hanno preceduto, la loro memoria, quella di Paolo che i frutti della seminagione, ma anche coloro che sono ancora in attività ci aiutino a risvegliare nelle nostre chiese il bisogno di scambiare valori e esperienze con le chiese latinoamericane e del mondo intero, in un ora tragica dove sembra che ogni persona e ogni popolo si chiuda nel proprio interesse e si difenda di fronte all’altro. La violenza è vinta solo se ci sentiamo fratelli e ci accogliamo come dono reciproco della e nella fede, per sognare un mondo di libertà e pace, sacramento dell’amore del Padre in Cristo e nello Spirito Santo.
Mario Aldighieri