Alberto Argentin
Alberto e Marcello sono due esperti ceramisti di Castelfranco Veneto, che hanno guidato lo stabilimento di un progetto di ceramica, a vantaggio delle donne di Camaçari.
È sempre difficile ricordare una persona scomparsa, ed è particolarmente difficile farlo dopo un ventennio, quando i ricordi un po’ sbiadiscono come delle vecchie fotografie.
Ci è stato chiesto di farlo in questa occasione, e ben volentieri cerchiamo nei nostri ricordi qualcosa che sia degna di lasciare una emozione nel ricordo di don Paolo, e ne parleremo così, come noi l’abbiamo conosciuto, sicuramente meno profondamente di chi l’ha conosciuto e frequentato per tanti anni ed ha potuto coglierne anche le sfumature più recondite e profonde in special modo per quanto riguarda il suo ministero sacerdotale.
Il ricordo in verità ancora vivido in noi, dà la misura, il segno, che non è passato inosservato su questa terra e non vi è cosa più sublime per un uomo, se non quella di lasciare una traccia a futura memoria del suo passaggio in questa valle di lacrime.
Dicevo, è difficile ricordarlo senza cadere nella retorica, nei luoghi comuni o ad eccessive esaltazioni postume, per questo, la nostra vuole essere solamente una piacevole testimonianza di un piccolo percorso fatto assieme a Paolo e a Delia.
Perciò, quando l’amico Marcello mi ha chiesto di scrivere qualcosa su Paolo, per ricordare con lui la nostra piccola, ma per noi molto significativa esperienza in quel di Camacarì nel 1988, e proporla in questo consesso celebrativo, la prima domanda che mi sono posto, è stata questa:” con quale aggettivo avrei potuto identificare o descrivere con una sola parola don Paolo?”
La prima e la sola che dal cervello mi è scesa alle labbra è stata: “UN UOMO”.
Sì, un uomo! Capitemi bene, non nel senso fisico ovvio, (tra l’altro lo era un bell’uomo), no, non in quel senso, ma nel senso più alto e nobile del termine, cioè la persona, l’essere umano che vive e si confronta nel suo tempo con altri uomini che vivono le difficoltà e le gioie della vita terrena.
Questo mi viene da dire, probabilmente sbaglio, ma questo è il frutto del mio primo approccio con lui in Camacarì, come già accennato nel 1988.
Con Marcello eravamo giunti in quella parte di terra brasiliana sull’onda di un progetto atto a creare un nucleo di persone che si interessassero alla lavorazione della ceramica, sulla scia di una analoga attività che già si svolgeva in parrocchia seppure in maniera un po’ primitiva.
Marcello già aveva conosciuto don Paolo e la Delia l’anno precedente in un suo primo viaggio per il Brasile, viaggio che gli consentì di approfondire le conoscenze delle realtà politiche e sindacali brasiliane, in special modo della CUT.
Per me era tutto nuovo e non nascondo che appena arrivato mi sono francamente chiesto se avevo fatto una scelta giusta, mi sentivo spaesato, fuori dal mondo.
Ebbene, ci accolse la Delia, don Paolo era temporaneamente assente. In quei giorni stava girando per i piccoli paesi dell’interior che facevano capo alla sua parrocchia, a portare il suo magistero.
Tornò dopo alcuni giorni, e quando finalmente lo vidi arrivare ed avvicinarsi per i convenevoli saluti, col suo incedere fluttuante ed il largo sorriso sulle labbra, mi sono chiesto:” ma che strano prete è questo?”
Giuro, sarò stato indelicato, forse mi aspettavo qualcos’altro, che ne so, ma così ho pensato:
“non sembra neanche un prete!”.
Qui da noi i preti sono visibili, quanto meno identificabili, invece in Brasile, questo l’ho capito più avanti, incontrandone altri, si presentano come persone tra virgolette normali, e si muovono nel loro tessuto sociale serenamente accettati così dalla gente, senza per questo intaccare il loro carisma sacerdotale.
In un’occasione, parlando proprio di questo, espressi un pensiero su come a mio avviso sarebbe stato più consono che un sacerdote portasse un simbolo che lo rivelasse alla gente come tale.
Don Paolo mi guardò pensieroso per alcuni secondi ma non mi rispose.
Penso che mi abbia preso per matto o peggio ancora per bigotto, e mi dispiace di non aver mai avuto in seguito l’opportunità di conoscere a quale delle due aveva pensato.
Del suo magistero non saprei che dire, troppo poco il tempo con lui, solo tre settimane e lui era sempre impegnato fuori dalla casa parrocchiale; con le famiglie, le associazioni, aveva incontri continui con i politici ed amministratori locali della prefettura, cose di questo tipo.
A volte veniva alla chachara per vedere come procedeva l’iniziativa della ceramica, e si dimostrava attento ed incuriosito da ciò che stavamo facendo.
Ci vedevamo alla sera quando si cenava tutti assieme ed in questo frangente ci erudiva sulla condizione del Brasile, dopo di che ci salutava e si ritirava in camera sua a scrivere o a leggere.
Ci spiegava cosa fosse il Brasile, delle sue grandi contraddizioni e parlava di quella che lui considerava la sua gente, gente povera, dei loro bisogni e diritti negati e vilipesi, delle false promesse di politici corrotti e delle istituzioni locali e nazionali completamente sorde ai bisogni del proprio popolo.
Ricordo che si definiva:” un uomo contro a prescindere” sosteneva che era suo dovere essere sempre contro l’ordine costituito, non per sfizio o superbia, ma perché, non ammanigliato poteva conservare quella libertà ideologica che gli consentiva di portare frutti concreti al suo gregge, e di non essere di conseguenza strumentalizzato da questa o quell’altra parte politica, conservando intatto il suo diritto alla parola in ogni circostanza.
Me lo sono chiesto tante volte: “era prima un uomo o prima un prete o viceversa prima un prete e poi un uomo?”
Che sciocco che ero. non vedevo ciò che era invece chiaro.
Probabilmente, anzi sicuramente in don Paolo erano vivi entrambi sia l’uomo che il prete, perfettamente integrati e funzionanti, e più tardi l’ho capito, purtroppo solo dopo la sua scomparsa, come quella sia stata la sua forza ed il suo spirito di vita.
Terminata la nostra esperienza in Camacarì, Marcello ed io siamo tornati alla nostra vita abituale, e come è facile dedurre, abbiamo conservato sempre i rapporti con Paolo e Delia, tanto che ogni volta che per qualche loro motivo venivano in Italia, non mancavamo mai di rivederci, anche se a volte solo per poche ore.
È in questo ambito che abbiamo conosciuto ed apprezzato don Paolo, perché in Brasile lo vedevamo raramente, sempre preso dai suoi molteplici impegni, sgusciava via come un’anguilla.
Capimmo che era un uomo curioso della vita in tutte le sue manifestazioni, dall’arte alla politica, al cibo ed agli usi e costumi dei territori, con il gusto al dialogo ed una verve comica che manifestava con delle barzellette che prendevano di mira principalmente il clero, in ultima analisi scherzava su sé stesso.
Credo fosse spassosamente ironico nei confronti della vita, ed un episodio me l’ha confermato.
Sempre ricorderò quel tardo autunno, lui già provato dalla malattia, venne ugualmente in Veneto a farci visita accompagnato come sempre dalla Delia.
Con Marcello in auto, andammo ad accoglierli alla stazione ferroviaria di Castelfranco Veneto.
Scesero e lui per primo ci vide ed allungò il passo per raggiungerci, portava in testa un colbacco di pelo, un po’ per ripararsi dall’aria pungente, un po’ per celare gli effetti delle cure alle quali si stava sottoponendo.
Ci regalò il suo largo sorriso come sempre ed esordì: “Avete visto? Noi tumorati di Dio siamo arrivati sino a qua!”. Noi tumorati di Dio, scherzava sulla sua grave malattia, mostrava con ciò una grande forza morale e penso fosse anche fiducioso per il decorso.
Prima di pranzare andammo a Bassano sul ponte degli alpini, a lui piaceva tantissimo soffermarsi in quel posto, ci scattavamo le immancabili fotografie poi una capatina alla distilleria e via.
Quel mezzodì ci recammo per il pranzo in un agriturismo in collina, fu bellissimo, vicino al caminetto acceso tenne banco nella conversazione come sempre.
Alla fine notò il libro delle presenze, quello dove le persone che si fermano per mangiare lasciano un commento o semplicemente una firma.
Lui fece un disegno, uno scorcio di terra brasiliana, la spiaggia, le capanne e le palme; la mia terra, la mia gente disse, e si capiva che aveva fretta di curarsi e di guarire per ritornare là dai suoi bahiani.
Penso sia stato il suo cruccio più grande, quello di non essere potuto tornare fra loro.
L’ultima volta che l’abbiamo visto è stato all’ospedale di Bologna, dove il male che l’aveva colpito già lo stava fortemente debilitando. Ci salutò, ma dopo i convenevoli regnò il silenzio, stava con gli occhi chiusi e parlava a fatica.
Capimmo che per lui era iniziato il tratto di strada più duro e difficile.
È l’ultima immagine che conserviamo nella nostra memoria di lui, ma non dimentichiamo di certo tutte le altre belle e piacevoli che abbiamo condiviso, lui stesso ci ha insegnato ad approfittare delle cose belle che la vita ci regala, perché anche questa diceva è la volontà di Dio, e come accettiamo le cose tristi, a maggior ragione dobbiamo godere di quelle belle che ci concede.
Son passati vent’anni ed ogni tanto, quando i pomeriggi sono un po’ più tristi, sfoglio il libro commemorativo che gli hanno dedicato nel decimo anniversario della scomparsa.
Guardo le foto che lo ritraggono nei momenti della sua vita brasiliana, vi è pure la foto della casa parroquial presso la quale siamo stati ospitati, e ripenso a quello strano prete che ho conosciuto là, che non stava mai fermo e che spariva perché aveva sempre qualcosa da fare per gli altri.
Con infinita “saudade” don Paulo!
Marcello e Alberto