I funerali di Don Paolo furono celebrati nella Cattedrale di Fano, l’11 Ottobre 1994. La Santa Messa, presieduta da suo fratello Giovanni, fu concelebrata dal Vescovo di Fano, Mons. Mario Cecchini, dal Nunzio Apostolico in Senegal, Mons. Antonio Maria Vegliò, antico compagno di seminario di Paolo, e da un grande numero di sacerdoti. L’omelia era stata preparata da Giovanni insieme ai fratelli Francesco e Marco.
Il Signore ha chiamato a sé don Paolo di domenica, quando la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo. Così era stato per mamma e anche per babbo. Nel momento del dolore, sono queste delle piccole carezze con le quali Dio Padre ci ricorda che non dimentica, non trascura. E proprio quando la sua mano sembra pesante, egli ci fa capire che quello che accade è parte di un progetto di amore.
Vogliamo vivere questo incontro attorno all’altare del Signore come un momento di ringraziamento. Francesco, Marco ed io, fratelli di Paolo, con gli altri suoi famigliari, invitiamo tutta la grande schiera di coloro che l’hanno conosciuto, e per questo l’hanno amato e apprezzato, a lodare insieme con noi Dio per il dono della vita e dell’opera di don Paolo, a servizio della Chiesa e dei poveri.
La morte è un’esperienza difficile per tutti. Quando ci tocca da vicino e quando sembra non rispondere a nessuna logica, il cuore vuole ribellarsi e chiedere spiegazioni che restano senza risposta.
In questo momento, ci sostiene il pensiero che anche Cristo, in croce, ha rivolto al Padre il suo “Perché?”, e Dio l’ha lasciato senza risposta fino a tre giorni dopo, al momento della risurrezione.
La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci guida nella riflessione. Sono pagine che la stessa Provvidenza ci ha indicato: una dalla liturgia dell’ultima Messa celebrata da Paolo, il 25 Luglio scorso (2 Cor 4,7 15); l’altra della domenica nella quale è morto (Mc 10,17 30).
Pensiamo alla chiamata: “Gesù, fissatolo, lo amò”. L’amore di predilezione di Gesù, che nell’episodio del Vangelo ha incontrato un rifiuto, ha trovato in Paolo una risposta generosa. Non il triste allontanarsi per voler preferire altri valori, ma il “Sì” gioioso, offerto una volta e confermato ogni giorno. E’ bello ricordarlo qui, in questa Cattedrale dove nel Battesimo egli è nato alla fede; dove ha ricevuto la prima Comunione e la Cresima; dove, ancora bambino, ha sentito sorgere il desiderio di essere sacerdote; dove è stato ordinato, ormai più di 32 anni fa. Ed è qui che, servendo come viceparroco, ha confermato la sua scelta per la missione, alla quale si è dedicato fino alla morte e alla quale, ne siamo certi, continuerà a donarsi anche nella dimensione di amore pieno in Dio.
Nella missione che Paolo ha scelto, niente è stato facile: le condizioni di vita dure, lo spogliamento continuo a vantaggio dei più poveri, l’ostilità dei prepotenti con i quali non è mai sceso a patti, l’isolamento da parte anche dei buoni, che non sempre hanno saputo o voluto capirlo. Ha vissuto in sé le parole di San Paolo: “Noi veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne”.
Chi lo conosce da tempo, sarà certo d’accordo con me se sottolineo, come suo atteggiamento costante, la coerenza della sua vita. Dal 1962, anno della sua ordinazione, sono cambiate tante cose: condizioni sociali, linee teologiche, movimenti politici, slogan, mode. Quante ondate di ribelli e contestatori sono apparse e scomparse nello spazio di una stagione. Lui ha continuato, attento all’evoluzione delle situazioni ma fedele allo stesso vangelo che ha servito sempre, senza servirsene mai.
Tutto questo Paolo lo ha vissuto in modo ancora più evidente nei mesi della malattia, accettata con una serenità contagiosa, che ha fatto tanto bene a coloro che hanno potuto restare in contatto con lui. Valga per tutte la testimonianza davvero speciale di Mariagrazia, che scrive anche a nome di Danielino: “Don Paolo, eri una brava persona. Con la tua presenza ci hai fatto riflettere. Tu eri un grande amico”.
La sua sofferenza l’ha vissuta come il resto della sua vita, senza gesti clamorosi e senza ostentazione. Proprio pochi giorni fa, dettandomi faticosamente alcune parole per Marco e Luigi e per tutti i parrocchiani di Camaçari, si riferiva alla sua condizione dicendo solo: “Che si faccia la volontà del Signore”.
La volontà del Signore si è fatta. Per Paolo, che ha lasciato tutto per il regno di Dio, si è avverata la parola di Gesù: “Riceveranno cento volte tanto”. Ora in modo speciale vediamo che Dio gli ha dato una famiglia più grande: tanti fratelli e sorelle, qui a Fano, in altre parti d’Italia, in Brasile e dovunque c’è qualcuno che l’ha conosciuto ed è stato toccato dalla sua gioia contagiosa di essere cristiano e sacerdote.
Attorno a lui si è manifestata tanta bontà: il nostro Vescovo è andato a trovarlo in Brasile, terminando una volta per tutte l’isolamento nel quale era stato lasciato, e ci ha dato poi la consolazione di essere presente al suo transito; vari gruppi di amici, a S. Pio X, in Cattedrale e in diverse altre parrocchie della diocesi ne hanno accompagnato l’attività; una corona di persone buone gli sono state vicine nella malattia, al punto che poteva dire di loro: “Mi fanno sentire ancora utile”.
Ora Paolo vive in Dio e celebra nell’eternità quello che ha creduto e che ha voluto costruire qui sulla terra. Noi che restiamo, vogliamo vivere i suoi stessi ideali e la sua stessa donazione gioiosa e generosa. Preghiamo Dio perché il seme gettato in terra dia frutto. Perché non si spenga l’impegno dei buoni in favore di una missione che continua. E perché cuori generosi raccolgano la sfida di Cristo: “Vieni e seguimi”, così che il vuoto lasciato da Paolo sia riempito da altri ancora, “perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio”.