Salvador, Agosto 1971
Una domenica sera, il 29 novembre dell’anno scorso, eravamo riuniti con alcuni uomini e donne della parrocchia. Si parlava della responsabilità che tutti noi, preti e laici, abbiamo di portare ai fratelli il messaggio di Cristo. In quella occasione fu lanciata una domanda: cosa pensate della religiosità della gente dei nostri quartieri? E eventualmente, cosa dobbiamo fare per migliorare la situazione?
Poteva sembrare una domanda un po’ troppo generica, ma la gente prese la cosa sul serio. Dividendosi in gruppi, si misero a discutere le domande con animazione. Le conclusioni della loro analisi furono che esiste molta superstizione nel nostro popolo, manca una vera fede cosciente, che porti ad un impegno reale. E tutto questo perché il popolo non è stato coscientizzato, non ha ricevuto una istruzione religiosa adeguata e non ha mai fatto una vera esperienza di vita comunitaria.
In questi anni di contatto con la gente dei nostri quartieri ci eravamo resi sempre più conto che il cristianesimo è stato predicato in una maniera così superficiale da non riuscire a penetrare nella vita del popolo.
La causa fondamentale (« il guaio ») è stato senz’altro il metodo usato per l’evangelizzazione, fin dal lontano ‘500, all’epoca della colonizzazione (è interessante notare che qui per dire colonizzazione si usa la parola « exploragao ») durante la quale i nostri missionari si preoccupavano di battezzare tutti i sudditi dell’impero portoghese, immigranti portoghesi, indios e negri schiavi, senza nessuna preoccupazione di fare una vera opera di catechesi, di calare il messaggio cristiano nel nuovo contesto, in mezzo a gente che aveva una propria cultura, e con la conseguenza di provocare una vera « exploragao », una violazione dei diritti più sacrosanti della persona umana. Essere cristiani era la condizione per essere brasiliani, sudditi di Sua Maestà. Ecco perché attualmente assistiamo ad un miscuglio di fedi, di credenze, di riti, battezzati tutti con termini cristiani. Senza voler riandare indietro nella storia del Brasile, penso che sia utile ricordarci che la maggior parte della popolazione della nostra parrocchia viene dall’interno, dalla campagna. Là, con una totale emarginazione, la gente possedeva una religiosità fondata esclusivamente sulla tradizione, vero « oppio » del popolo. La formazione religiosa avrebbe dovuta essere alimentata dalle visite sporadiche del sacerdote, visite che avevano finalità essenzialmente sacramentali, di un sacramentalismo di tipo magico. Queste visite del sacerdote erano l’occasione per un incontro della gente del circondario: durante la visita del prete avveniva immancabilmente la festa, la fiera, organizzata molte volte con finalità partitarie, dai vari signorotti. Naturalmente nessuno mancava perché era l’unica novità e l’unica distrazione in quei « fin di mondo ». Venendo in città, alla ricerca di un lavoro più facile, di un certo benessere, di una minore emarginazione, questa gente ha incontrato un miglioramento rispetto alla vita di prima, senza però uscire dalla propria miseria e emarginazione che diventano più acute di fronte al benessere così diffuso e ostentivo del centro città.
Il sacerdote che era incontrato nelle feste, ora viene incontrato solo in occasione dei battesimi, di qualche matrimonio, ma è incontrato come una persona distante, in chiese ricche, frequentate da persone della classe alta o media, ed è incontrato come un esattore della tassa del battesimo e della ancor più esosa tassa del matrimonio. E’ incontrato quando si va a compiere un dovere, un obbligo davanti a Dio. Non ci si può sentire a proprio agio in quelle chiese ricche, distanti dalla perfireria, con un prete che presta attenzione solo per esigere la tassa, che parla dall’alto in basso, con un linguaggio troppo distante dalla lingua del popolo.
Questo spiega in parte la fuga dei cattolici verso le sette di tipo pentecostale. In parrocchia le sale di culto aumentano a vista d’occhio. Sei anni fa, quando arrivammo, erano una quindicina, ora sono più di trenta… Nella setta i membri non sono molti, si conoscono, si sentono più compresi, più appoggiati, non si perdono nell’anonimato delle chiese cattoliche.
Purtroppo, fino a pochi anni fa, era questa la situazione della nostra gente perché non esistevano chiese, né parrocchie nella periferia. Ma, adesso, anche se la situazione è migliorata perché i preti sono più presenti anche nella periferia della città, la tradizione è rimasta intatta e la gente continua a considerarci come funzionari, come persone distanti, e quando ci avvicina,lo fa per eseguire degli « obblighi » verso Dio, come battesimi, promesse, celebrazioni di Messe. La religiosità, il popolo la vive lontano, e quasi in opposizione alla Chiesa, con preghiere proprie, con santi propri, novene proprie, culti propri.
Quando, dopo l’analisi della situazione, abbiamo chiesto cosa dovevamo fare insieme per aiutare la nostra gente ad avere un vero incontro con il Cristo per vivere una vita di Chiesa, il suggerimento è stato di mettere la gente in contatto con la Bibbia e realizzare questo contatto, questo incontro in piccole comunità.
La prima difficoltà per realizzare un tale programma veniva presentata dagli stessi che ci raccomandavano questo lavoro: non si sentivano capaci di riunire dei gruppi per riflettere insieme sulla Bibbia.

Giuseppe, Sergio, Renzo e Paolo i quattro sacerdoti della comunità con una delle donne che han lavorato con loro.Erano disposti a riunirsi solo a condizione che noi preti fossimo presenti per guidare il dibattito sul brano di Vangelo .
« Come possiamo insegnare agli altri, se noi non conosciamo niente? ».
Per venire incontro a queste difficoltà abbiamo realizzato un corso per i futuri animatori delle comunità. La finalità del corso non era di insegnare qualcosa, ma di mostrare loro che erano capaci di interpretare ed aiutare gli altri a scoprire il messaggio di Cristo. Il risultato è stato superiore a quello che si poteva sperare.
Le conclusioni dei gruppi di studio sui vangeli ci hanno fatto scoprire che lo Spirito Santo continua ad agire e fa comprendere ai piccoli, ai poveri tante cose che a noi paiono difficili e inaccessibili.
Ci siamo accorti che non eravamo noi che dovevamo insegnare loro ma che avevamo noi molto da imparare dalle loro espressioni.
Ci siamo accorti che il Signore ha lasciato abbondantemente il suo messaggio senza servirsi di tutte le nostre strutture e che avevamo la possibilità di scoprire un aspetto del vangelo più puro, più genuino, non rovinato da tanta cultura occidentale… e soprattutto ci siamo accorti che la nostra mis¬sione era quella di suscitare e aiutarli a esplicitare la voce dello Spirito Santo.
Riflettendo sull’esempio della prima comunità cristiana di Gerusalemme erano questi i suggerimenti che loro davano per realizzare oggi quella unione, quella comunità che esisteva allora: « Dobbiamo perseverare negli insegnamenti di Cristo, e dividere con i nostri fratelli il poco che abbiamo ».
« Con l’aiuto di Dio e la grazia dello Spirito Santo possiamo realizzare ancora quello che facevano i primi cristiani, possiamo continuare l’unione che esisteva in quel tempo, aiutandoci scambievolmente, perché ci sia aiuto materiale, ma anche cercando di coscientizzare i fratelli, perché ci sia giustizia e amore fra gli uomini ».
« Noi conosciamo i nostri vicini solo superficialmente, dobbiamo visitarli, far amicizia con loro, aiutarli a risolvere alcuni problemi ».
« Lo Spirito Santo agisce in noi, esortandoci al cammino certo della verità, della giustizia, dell’amore ai nostri fratelli ».
Queste parole così semplici, ma anche così profonde dei nostri animatori, mi pare siano più efficaci di tanti discorsi sui doni dello Spirito Santo. Dopo il corso, gli animatori hanno cominciato a parlare coi vicini, invitandoli a partecipare alle riunioni in cui si sarebbe letto il Vangelo e ognuno avrebbe dato la propria opinione e infine si sarebbe conclusa con la preghiera.Il 21 marzo, tutti gli animatori si sono riuniti nella chiesa di San Nicola di Capelinha. Là, durante la Messa concelebrata dal vescovo dom Eugenio e da tutti noi, è stata consegnata ad ogni animatore la Bibbia e la « missione » di annunciare il messaggio di Cristo. Abbiamo voluto che questa esperienza avesse un inizio così solenne e ufficiale, non solo per dare importanza alla cosa, ma anche per far sentire a tutti gli animatori che non stavano facendo un lavoro da franchi tiratori, ma che erano inseriti nel lavoro di tutta la Chiesa, che ha nel Vescovo il segno dell’unione. E’ chiaro che fin dall’inizio non sono mancate le difficoltà, anzi continuano tuttora dopo più di cinque mesi di esperienza. Ma stiamo notando che nei trenta gruppi, che ogni settimana si riuniscono intorno al Vangelo, si sta formando una vita nuova. Prima di tutto, tra i membri che frequentano le riunioni si sta sviluppando l’unione, l’amore, l’amicizia, l’aiuto scambievole.
In occasione del disastro che si è abbattuto sulla nostra parrocchia con le piogge torrenziali di aprile, gli elementi delle comunità si sono aiutati e si sono prestati nell’aiuto ai vicini. In alcune comunità particolarmente colpite ci sono stati esempi di dedicazione e altruismo che non possono non commuovere La casa di una animatrice era stata quasi distrutta dalle piogge: ebbene, i membri della comunità, l’hanno aiutata finanziariamente (in un quartiere particolarmente miserabile) e materialmente per sistemare la casa, lavorando durante due domeniche. Un uomo si è buscato il colera per essere rimasto tutta la notte in mezzo alla melma putrida per prestare soccorso. Ma penso che sia meglio lasciare a loro la voce, perché le nostre parole troppe volte sono incapaci di dire quello che loro sanno dire con tanta semplicità.
« In questi giorni in cui abbiamo aiutato i senza tetto abbiamo ricevuto molte cose, perché ora conosciamo molta gente ».
« Quando noi rimaniamo in casa, facilmente ci accomodiamo, ci dimentichiamo degli altri. Adesso noi ci siamo aperti agli altri, abbiamo vissuto i problemi degli altri e questo è stato un bene per tutti noi ».
« In questi giorni, aiutando i nostri fratelli che hanno perduto tutto, noi abbiamo vissuto il vangelo; aiutando i nostri fratelli abbiamo aiutato Gesù ».
Un’altra cosa che mi pare molto bella è stata la scoperta che i partecipanti agli incontri hanno fatto: di saper cioé parlare, di dire delle cose interessanti. Questa gente, abituata a non essere ascoltata e ad essere considerata come ignorante, sta, imparando ad esprimere quello che pensa e a sentirsi ascoltati, certa che sta dando un contributo nella scoperta della parola di Dio.
« Dopo che ho cominciato a partecipare alle riunioni della comunità — ha dichiarato una signora — mi sto sentendo una persona nuova. Mi pare di essere nata di nuovo ».
Penso che questo fatto costituisca una vera rivoluzione e insieme la premessa per un qualsiasi lavoro vero di coscientizzazione, perché solo quando ci si sente persone, quando si capisce di avere un valore, e lo si capisce non perché gli altri ce lo dicono, ma perché Io scopriamo nella pratica, nella azione, allora si possono scoprire anche tante altre cose. Si può capire (ma sarà una scoperta personale, non guidata) che siamo sfruttati, che finora ci hanno tenuto all’oscuro, che ci hanno trattato non come persone. Sarà certamente un lavoro lento, ma forse più efficace di tanti lavaggi del cervello.
Poi la scoperta della Sacra Scrittura, una scoperta fatta nella semplicità, senza essere impressionati da un apparato clericale, sta dando la possibilità di un contatto liberatore con la parola di Dio.
« Io credo che la Bibbia — diceva un uomo — fosse una dosa di preti ev:di persone istruite, adesso ho la certezza che lo Spirito Santo sta parlando con la nostra bocca ».
A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma dove vogliamo arrivare con questa esperienza?
Ma pare impoisibile dirlo adesso che siamo all’inizio. Le possibilità sono tante e fra le tante c’è anche quella’ del fallimento. Ma c’è ‘anche la possibilità che questi gruppi, riflettendo sul vangelo, comincino a porre le basi per creare una comunità nuova.
« Prima, io pensavo che la Chiesa fosse l’edificio dove noi ci riuniamo per pregare, – sono parole di un membro di una comunità – adesso so che la Chiesa siamo tutti noi ».
L’importante da parte nostra è di rimanere in ascolto con profondo rispetto, perché lo Spirito Santo sta agendo nei membri delle comunità e forse pian piano si sta creando in chiave moderna, in chiave brasiliana, una nuova esperienza di comunità cristiana.
Fare delle previsioni, cercare di dirigere in qualsiasi modo il cammino che stanno facendo, sarebbe rovinare, costringere la forza liberatrice dello Spirito Santo, che agisce nei nostri fratelli.
Ogni tanto, noi preti andiamo a visitare le comunità ma una visita non di maestri che vanno a controllare, ma di fratelli che vanno ad ascoltare, ad imparare e che portano il loro incoraggiamento, la loro fiducia all’animatore e agli altri che sono riuniti intorno al Vangelo.
Evidentemente in questo lavoro che stiamo cominciando ci possono essere alcuni pericoli. La tentazione più immediata è sempre quella di chiudersi, di fare dei gruppi chiusi, delle chiesuole.
Proprio per aiutare gli animatori e i membri delle comunità, una volta al mese, facciamo l’incontro di tutti i responsabili dei vari gruppi.
Questo incontro generale fa sentire loro che stanno lavorando insieme ad altri, fa comprendere che questo lavoro viene svolto da tutti i cristiani del mondo, li aiuta a fare una revisione sul lavoro svolto.
Questo incontro-revisione serve prima di tutto per riunire tutti quelli che lavorano nell’evangelizzazione per un momento di riflessione, di preghiera più forte per ricordare che chi sta lavorando in noi è sempre lo Spirito Santo e che noi siamo servi inutili.
Incontrandosi, ciascuno dà coraggio all’altro, perché le difficoltà non mancano mai ed è così facile rimanere sfiduciati, pensare che non vale la pena continuare, affannarsi tanto. A volte capita che un gruppo incontra giornate di crisi, le persone non vogliono incontrarsi, e inventano scuse per esimersi dall’impegno di partecipare all’incontro sul Vangelo. Scambiando le impressioni, vedendo che altri si trovano nella stessa situazione e cercano e lottano per vincere le difficoltà, dà nuova fiducia per continuare il lavoro, per continuare ad insistere.
L’incontro mensile poi serve anche per uno scambio di esperienze perché ognuno viene carico dell’esperienza, delle testimonianze di membri del proprio gruppo e lo scambio è un arricchimento vicendevole.

Qui la comunità è al completo. Manca solo Paolo che forse scattava la foto, fatta nei giorni dopo l’alluvione
Nell’incontro c’è la possibilità di una verifica sul piano della fede, per rimanere nell’unità, pur nella varietà dei doni, delle esperienze. Gli animatori riflettono se il loro atteggiamento di fronte agli altri è un atteggiamento di vero apostolo. In uno dei primi incontri loro stessi hanno composto delle regole del « buon animatore »: « Dare esempio di buon cristiano, dare testimonianza, fare buone opere; avere coraggio, fede; amare veramente gli altri e fare amicizia con tutti; non mancare alle riunioni; essere un capo, ma un capo umile, che dà libertà agli altri di parlare, che sa accogliere le idee degli altri, che sveglia l’iniziativa degli altri ». La stessa parola « animatore » significa tutto un atteggiamento di qualcuno che anima, non che dirige, non che impone.
Ogni mese a tutti gli animatori viene inviato il « Boletim das comunidades » un giornalino che presenta i vangeli che dovranno essere discussi nelle riunioni e orienta gli animatori. Anche questo giornalino, che è un continuo invito agli animatori perché non diventino dei preti in sedicesimo, viene preparato da un gruppo formato da alcuni animatori a da noi preti. L’incontro mensile si conclude sempre con la Messa, o meglio, l’incontro mensile è una Messa, perché lo scambio, la revisione, la riflessione, vengono realizzati durante la liturgia della parola, per poi sentire la necessità dell’incontro eucaristico, come viatico, che accompagni nella lotta, nel lavoro di ogni giorno. Quando ognuno lascia l’incontro per tornare nel proprio quartiere, per riprendere il lavoro di contatto coi vicini, di riflessione, sa che non è solo, sa che il Signore è con lui, sa che altri, come lui cercano di portare il mesaggio di Cristo ai fratelli.
PAOLO TONUCCI
N.B. Nell’ultima settimana di giugno abbiamo invitato due « monitores » di Recife, accompagnati da don Lino, a partecipare ad un incontro di riflessione delle nostre comunità. Odilon e Jorge con la loro personale testimonianza e con la loro esperienza sono stati di valido aiuto per i nostri animatori: un vero dono dello Spirito Santo, un incontro di amicizia, un camminare insieme per annunciare la Parola di Dio.