Meditazione di Padre Paolo
NOTA BENE di Renzo Rossi prete:
Ecco una meravigliosa meditazione di Padre Paolo, l’uomo dalla grande pazienza! Come vedete i suoi sono gli stessi pensieri con la stessa « tensione » che’ avete trovato nella mia « lettera », con una sensibilità però ed una umanità molto più profonde ed intime. Vi prego perciò di « meditare » bene anche voi, carissimi amici.
Aprile – Settembre 1968
Carissimi amici,
non so perché, ma mi capita sempre di scriverVi di notte, dopo una giornata piena di preoccupazioni, di lavoro…, di gioia. E così la lettera diventa un esame di coscienza non solo di oggi, ma di questi tre anni passati qui in Brasile.
Quando ero in Italia e mi stavo preparando per venire quaggiù, pensavo che i brasiliani avevano bisogno di me, ed io, generoso, sarei venuto per dar loro la luce, il Vangelo che io possedevo. Dopo tre anni mi sto accorgendo che questa idea era forse un sogno generoso, ma un sogno completamente sbagliato. Non saprei dire se in questi tre anni ho dato qualcosa —lo spero —, ma posso dire con tutta sincerità che ho ricevuto molto. Quella gente che pensavo di beneficiare, mi ha arricchito, e penso che quello che ho ricevuto e sto ricevendo ogni giorno, mi stia trasformando. Penso che la mia personalità stia diventando, pian piano, brasiliana. Troppo spesso noi pensiamo di avere tutto, pensiamo di portare la verità, la luce, il Vangelo e che il nostro dovere è dare e per questo la necessità di aumentare l’invio dei preti, con lo stesso sistema con cui si potrebbe aumentare l’invio dei muratori italiani in Svizzera perché là manca la mano d’opera.
Il fatto è che il Signore ha seminato già prima del nostro arrivo e il nostro compito è quello di scoprire, rivelare quei tesori nascosti nell’anima, nella cultura dei no¬stri fratelli brasiliani. Per questo il nostro atteggiamento non dovrà essere quello di saccenti professori che si mettono a insegnare perché sanno tutto e gli altri sono « tabula rasa », ma quello di imparare, quello di diventare uno come loro per andare alla ricerca con tanta umiltà di quel Cristianesimo che Gesù vuole sia incarnato qui e che avrà aspetti e ricchezze diverse da quelle che può avere in Italia o nell’Europa…
E’ difficile essere uno di loro! Forse a parole è facile, ma esserlo senza condividere la loro situazione mi pare che sarebbe portare in giro la gente.
Come posso dire che sono uno di loro quando non condivido le loro sofferenze, quando sono sicuro del cibo di domani, quando non ho problemi per il futuro perché ho dietro le spalle i miei amici italiani?
E’ difficile sentirsi uno di loro quando non si vedono i propri figli patire la fame, quando non si soffre per un lavoro pesante, che fa portare quasi niente a casa.
Questa coscienza della impossibilità dí diventare com-pletamente uno di loro, mi obbliga ad un atteggiamento di grande umiltà, ad un atteggiamento di continuo ascolto per offrire qualcosa, per soffrire insieme con loro.
Anche per questo penso che la visita alle famiglie, il contatto personale con la gente (un contatto gratuito, non motivato da desideri di fare proseliti) mi possa aiu¬tare per capirli di più, per addossarmi in un certo senso le loro sofferenze perché anche io possa soffrire un po’ con loro…
Proprio ieri un ragazzo, cui dicevo questa difficoltà mia, mi aiutava a trovare una soluzione: « Tu non soffri come mio padre, che ritorna a casa e ci vede con fame, ma anche tu soffri perché tu sei l’amico di tutti e le sofferenze di ciascuno di noi sono le tue sofferenze ».

Riunione di preti italiani che lavorano nel nord-est del Brasile a Recile dal 20 al 29 Agosto scorso. Il gruppo di quelli dello Stato di Bahia è al centro. Quanti altri preti, capaci di diventar brasiliani, potrebbero andare…
ESAME DI COSCIENZA
Troppo spesso noi ci fermiamo alla corteccia delle cose, senza cercare il midollo, il valore nascosto. E’ uno spettacolo così forte quello della fame, della povertà che grida, che esige una soluzione, che la tentazione di ridurre tutto ad un aiuto immediato e paternalista è molto forte. Ma è molto píù valido il lavoro del fermento, di chi si colloca con loro, come uno di loro, più per ricevere che per dare…
E’ troppo facile parlare sempre dei bambini col pancino gonfio per mancanza delle vitamine, e sentirci soddisfatti perché ci siamo privati di un cinema per aiutarli, quando i nostri governi, che dovrebbero essere la nostra espressione, continuano il processo di colonizzazione, continuano a impedire con tutti i mezzi lo sviluppo di questi popoli.
Allora il nostro aiuto, che forse avrà un valore intimo molto valido, assume l’aspetto della caramella che si dà al bambino povero perché non pianga, perché dimentichi per un po’ la fame di cui sempre soffre.
Capisco che queste parole possono sembrare molto dure, ma ho detto che volevo fare a voce il mio esame di coscienza e per me esame di coscienza è mettermi di fronte a Dio, a quello che Lui mi chiede, anche per mezzo degli avvenimenti, a quello che Lui mi dona, per confrontare il mio atteggiamento, la mia risposta…
Non sarebbe onesto non chiederci, senza polemiche e con molta sincerità, se l’aiuto che noi diamo serve veramente a questa gente o invece ritarda ín loro l’immagine della Chiesa ricca, potente, che fa la carità a svantaggio della Chiesa povera, serva, che vive la carità, che continua il mistero del falegname della Galilea.
Per questo sto pensando come ad una cosa inevitabile, necessaria, al giorno in cui sarà forse meglio non ricevere aiuti dall’esterno. Forse in quel giorno dovremo andare a lavorare come operai per guadagnarci il pane, forse non potremo fare grande opera di assistenza, forse non potremo arrivare a molti, ma forse riusciremo a suscitare l’iniziativa della gente di qui, forse li aiuteremo così a costruire una Chiesa veramente locale e non straniera, non colonizzata, forse li aiuteremo a risolvere i loro problemi e noi saremo sul serio al loro servizio.
Forse sto errando, forse qualcuno dirà che sto sputando nel piatto che mi nutre… ma mi pare disonesto non mettervi al corrente delle angustie che stiamo sentendo. Capisco che non è giusto prendere delle decisioni senza una matura riflessione, ma mi pare altrettanto errato non porsi degli interrogativi, non vivere in una continua tensione.
Davanti a me si sta delineando sempre più chiara-mente il mio apostolato, non sono qui per fare, ma per vivere. E questo l’ho imparato qui.
VIVERE L’AMICIZIA
E vivere soprattutto l’amicizia. L’amicizia è un valore vivissimo qui in Brasile. Mi direte che è solo un sentimento, e per di più un sentimento non profondo. Vi assicuro però che trovo più facilità a visitare le famiglie qui che in Italia: la casa è sempre aperta, l’ospitalità è veramente sacra, ci si sente subito a proprio agio e pare che quella famiglia sia la nostra famiglia. Tante volte ho pranzato nelle varie famiglie della parrocchia ed ho notato che forse vale di più mangiare con loro che fare tante prediche, perché quello che loro sentono, è la necessità dell’amicizia.
Qui è inconcepibile incontrare una persona conosciuta per la strada senza fermarsi un po’, per chiedere come va, e questo ti può succedere anche più di una volta al giorno con la stessa persona. Può sembrare esagerato, ma sotto sotto c’è il rispetto per ogni persona. Ogni persona infatti è un valore e quando si incontra questo valore non lo si può schivare, non lo si può evitare come si evita un ostacolo. Noi troppo spesso ci preoccupiamo di fare tante cose e dimentichiamo le persone. A volte sembra perdere tempo il fermarsi a parlare del più e del meno con la gente, ma è quello che più serve per entrare nella loro anima, per capirli.
Chi agisce più giusto: uno di noi che arriva puntuale al lavoro, ad un appuntamento, e per non tardare, neppure saluta le persone che incontra, o il brasiliano che non si preoccupa di arrivare dopo mezz’ora perché ha « dovuto » chiacchierare con un conoscente?
Pian piano, stando in mezzo a loro, « perdendo il tempo » con loro si diventa uno di famiglia, quasi un parente… Ed é sempre con piacere che accolgo l’invito di essere padrino di un bambino, perché non è solo ricevere un grande onore, ma è soprattutto entrare come parenti in quella famiglia.
Perché vogliamo tanto insegnare, perché non vogliamo metterci al posto di loro, diventare uno di loro, anche se dobbiamo partecipare dei loro difetti? Anche Gesù era uno degli ebrei e senz’altro aveva i difetti degli ebrei, le limitazioni degli ebrei. Questa possibilità di entrare dentro, questa possibilità di amicizia è la migliore azione, mi pare, di una Chiesa che si accorge sempre di più di dovere continuare il Cristo, e il Cristo durante la sua vita non è stato un burocrate e non ha formato dei burocrati, ma è vissuto come uno di loro, predicando il Regno di Dio, ma un Regno di Dio che aveva come, segno la donna che fa il nane, le ragazze che aspettano la festa di nozze…
Quanto più cerco di riflettere su questi problemi, tanto più nebulosa mi si prospetta la soluzione: le formule prestabilite nel campo del Vangelo sono un attentato alla voce dello Spirito Santo. E’ errato vivere alla giornata, ma forse è più errato volere tutto prestabilire, voler tutto pianificare. Il Cristo è venuto ad angustiarci, a metterci in discussione, a costringerci all’autocritica…
Domani riprenderò il mio lavoro, il mio servizio di offerta dell’amicizia a tutti, ogni giorno sempre più attento agli altri, per capirli, per arricchirmi, per diventare uno di loro…
Paolo Tonucci