Incontrare gli amici per parlare della nostra esperienza è un invito ad una continua revisione della nostra attività, un domandarci perché stiamo dando un determinato orientamento alla nostra attività. Siamo partiti con l’idea di portare ai fratelli di Salvador la Buona Novella: a che punto siamo?
Durante questi anni abbiamo imparato parecchie cose: abbiamo imparato soprattutto che il Signore ci parla attraverso gli avvenimenti, la storia. Abbiamo imparato che il Signore parla a tutti, a quelli che hanno studiato come a quelli che non hanno potuto studiare. E molte volte quelli che non hanno potuto studiare percepiscono, captano con più profondità il messaggio del Signore.
Vi sarete accorti che ogni volta che vi scriviamo, che vi parliamo, cerchiamo di presentare la situazione in cui ci si trova e questo non per impressionare, non per sensibilizzare, ma perché noi crediamo che la nostra attività di preti, di missionari, deve essere una risposta a questa situazione particolare.
I fratelli — Dio nei fratelli — ci interpella oggi, qui.
« lo avevo fame, avevo sete, ero nudo… »
Quando si parla del Brasile e anche degli altri paesi del Terzo Mondo, abbiamo davanti ai nostri occhi le immagini delle « favelas », degli « alagados dei bambini col pancino rigonfio.
Tutto questo è una realtà, una realtà diffusa.
Forse più di altre considerazioni, possono parlare le cifre.
Secondo dati ufficieli (PNAD, cfr. !sto è, 09.08.78) questo è il cammino della concentrazione del reddito nel Brasile:
Il 50% della popolazione economicamente attiva — i più poveri — aveva nel 1960 il 17,71% del reddito, nel 1970 il 14,91%, nel 1976 1’11,6%.
Il 30% della popolazione economicamente attiva — quelli un po’ meno poveri — aveva nel 1960 il 27,92% del reddito, nel 1970 il 22,85%, nel 1976 il 21,2 % .
Il 15% della popolazione economicamente attiva — la classe media aveva nel 1960 il 26,66% del reddito, nel 1970 il 27,38%, nel 1976 il 28%.
Finalmente, il 5% della popolazione attiva economicamente — i più ricchi — aveva nel 1960 il 27,69%, nel 1970 il 34,86%, nel 1976 il 39%.
Questa politica si manifesta nei salari che hanno un potere di acquisto sempre più ridotto. Si calcola che dal 1964 ad oggi il potere di acquisto del salario minimo si sia ridotto di due volte e mezzo.
Vale la pena ricordare a questo proposito che quasi 18 milioni di lavoratori brasiliani, dei 44 milioni di lavoratori, guadagnano attualmente salari il cui limite non supera il valore del salario minimo.
A questo punto ciò che meraviglia non è la situazione di miseria, ma il fatto che malgrado tutto la gente continui a vivere…
La mortalità infantile aumenta. Tra il 1963 e il 1974 il tasso di mortalità infantile è cresciuto dal 69 per mille al 94,38 per mille.
Aumenta il numero dei disoccupati (nel 1976 erano il 15,2% della popolazione attiva di Salvador) e dei sottoccupati.
Mancano scuole ,ospedali, case. Perché la popolazione baiana possa avere una casa decente bisognerebbe costruire per lo meno 270.000 abitazioni.
Non possiamo neppure dimenticare il fenomeno dell’avanzata del capitalismo nelle zone rurali.
Le proprietà rurali hanno subito un processo di concentrazione. Processo di concentrazione che sta aumentando.
Le piccole proprietà rurali (fino a 10 ettari) che rappresentano il 51,4% del totale con il 3,1% dell’area nel 1970, erano il 52,3% con il 2,8% dell’area nel 1975.
Le proprietà medie (da 10 a 500 ettari) che rappresentavano il 47,8% del totale con il 57,4% dell’area nel 1970, erano diventate nel 1975 il 46,9% con il 54,5% dell’area.
Le grandi proprietà (sopra i 500 ettari) che rappresentavano lo 0,8% del totale con il 39,5% dell’area nel 1970, continuavano a rappresentare lo 0,8% del totale, ma con il 42,7% dell’area nel 1976.
Per questo diminuiscono i piccoli proprietari, espulsi dalle loro terre, ma aumentano i salariati temporanei al servizio dei grandi latifondisti.
L’esodo rurale provoca l’urbanesimo galoppante e anarchico, lo sviluppo vertiginoso degli « alagados », « invasores », « favelados », una popolazione emarai-
nata di disoccupati e sottooccupati che formano così delle vere città della miseria
L’esodo rurale è permanente, perché le sue radici affondano da una parte nello sfruttamento selvaggio della terra da parte del capitalismo e dall’altra nella necessità di avere un esercito di disoccupati, autentico esercito di riserva.
Favorisce i grandi proprietari sopprimendo la tensione sociale nelle campagne; favorisce i padroni della città riuscendo a far abbassare i salari, dal mi-mento che sono tanti quelli che sarebbero pronti a sostituire gli eventuali scontenti.
Chi visita il Brasile vede i brillanti risultati dell’economia.
I successi economici del governo sono così evidenti che hanno provocato l’entusiasmo anche tra gli operai che sopportano tutto il peso del « miracolo ».
Nel 1976, in piena crisi, l’economia del paese ha avuto un tasso di crescita dell’8,8%.
Però qual’è il costo di questo miracolo? L’economia è monopolizzata, i lavoratori sono supersfruttati, la repressione aumenta, ogni iniziativa politica popolare è bloccata.
Gli interessi annuali dell’enorme debito estero equivalgono ai due terzi del valore delle esportazioni.
Fino ad alcuni anni fa si pensava che il sottosviluppo di un paese fosse una tappa obbligatoria prima di passare alla fase di sviluppo.
Si diceva in Brasile, in America Latina, sono più indietro di noi. Vivono come si viveva 50 anni fa da noi… Adesso dovranno stringere la cinta, ma arriverà il giorno in cui anche i paesi dell’America Latina avranno il benessere che ora noi possediamo.
Era evidentemente una bugia dettata da una visione errata della realtà.
Il sottosviluppo dell’America Latina, nel Terzo Mondo non è la tappa di un cammino che porta verso lo sviluppo: perché l’Europa, l’America del Nord vivano nel « benessere » è necessario lo sfruttamento dei poveri del Terzo Mondo.
I popoli dei paesi sottosviluppati devono pagare per questo tipo di sviluppo.
All’aumento considerevole della produzione corrisponde l’aumento considerevole della miseria per la maggioranza della popolazione.
Le multinazionali « aiutano » le nostre nazioni europee e americane, perché possono sfruttare tranquillamente i paesi del Terzo Mondo.
Noi stiamo bene perché loro stanno male. E tanto più loro stanno male, tanto più noi staremo bene. È una logica inesorabile e demoniaca.
Di fronte a questa situazione cosa fare?
La salvezza portata dal Cristo è stata da Lui iniziata con la sua vita, ma deve essere continuata ogni giorno, da noi.
La salvezza deve raggiungere tutti gli uomini e tutto l’uomo.
Questa salvezza deve raggiungere l’uomo integrale. Perciò non il suo corpo solo, né il suo spirito solo, ma l’uomo intero.
Questa salvezza cominciata dal Cristo, continuata dagli uomini di tutti i tempi dovrà realizzarsi qui sulla terra per avere la sua presenza definitiva nel Regno dei Cieli.
Questa salvezza che vuol raggiungere tutti gli uomini, senza distinzioni, sarà iniziata e portata avanti dai poveri, dagli ultimi, malgrado tutte le opposizioni che i potenti possano contrapporre alla marcia del Regno di Dio.
Questa convinzione, che si è rafforzata in noi dal contatto di ogni giorno con la nostra gente, dirige il nostro lavoro.
La situazione del popolo, così dura, ci fa allontanare sempre più da un intervento di tipo paternalistico.
La povertà della gente può immediatamente provocare atteggiamenti di aiuto individuale per risolvere questo o quel problema.
Non è dando del latte ai bambini che potremo risolvere i problemi che si presentano.
Sarebbe come voler togliere l’acqua del mare con un cesto.
Gli interventi di aiuto di questo tipo possono essere fonti di meriti per gli agenti, ma non fanno niente per eliminare il vero problema.
Se è indispensabile dare un aiuto individuale, non dobbiamo credere di aver risolto il problema profondo.
Se esiste fame, sottosviluppo, c’è una causa — lo sfruttamento dei paesi ricchi e dei loro alleati — ed è questa causa che deve essere affrontata e vinta.
Se esiste povertà è perché i rapporti non sono dettati dalla giustizia.
Per questo l’intervento che vogliamo realizzare è un porci al servizio della nostra gente perché comprenda il significato della propria povertà in una dinamica di liberazione, di salvezza pasquale.
Perché la sua liberazione possa diventare la costruzione di un mondo nuovo, quello che ci è descritto da San Giovanni nell’Apocalisse:
« Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio; pronta come una sposa adorna per lo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate » (21,1-4).
Per questo vogliamo impegnarci sempre più nell’educazione, una educazione che sia veramente liberatrice.
Noi non possiamo, non possiamo prevedere cosa germoglierà da questo lavoro. Crediamo che, una volta consapevole della propria situazione, una volta cosciente della propria forza, la gente povera, attualmente emarginata, saprà essere la forza motrice di quel cambiamento — inizio e cammino verso il Regno di Dio
È più evidente che il cammino sarà lungo. La marcia della salvezza incontra sempre difficoltà di ogni tipo, all’interno e all’esterno di essa.
Da una parte gli ostacoli frapposti da quelli che hanno il potere, che non possono e non vogliono che i poveri pensino, si uniscano, lottino per un cambiamento .
Dall’altra, la nostalgia del falso benessere, delle cipolle di Egitto, il fascino discreto della borghesia che si fa presente con i suoi appelli anche nei quartieri con la pubblicità, la televisione, il modo di vivere così « normale e facile », la tentazione continua da parte dei piccoli di continuare ad essere i dominatori in casa, nella fabbrica, nel quartiere. Infine, una religiosità presente nella popolazione emarginata che porta ad un totale disinteresse dei problemi sociali per dedicarsi ad un ascolto non impegnativo socialmente della parola di Dio (stanno moltiplicandosi i testimoni di Geova e i movimenti pentecostali cattolici).
* * *
Di fronte a questa situazione, che costituisce insieme una sfida e un appello a noi cristiani, cosa stiamo facendo?
Sono iniziati i gruppi di evangelizzazione.
Gruppi di persone che si riuniscono, ogni settimana, per riflettere sulla propria situazione alla luce della Parola di Dio. Questi gruppi, che noi seguiamo con la formazione continua dei responsabili, degli animatori, sono guidati dai laici
l presenti partecipano attivamente sia nel dibattito sulla realtà vissuta, sia nell’approfondimento della parola di Dio.
Anche se il lavoro non si può definire molto avanzato (l’esperienza è in corso da circa otto anni) notiamo con piacere che questi gruppi sono aumentati di numero, gli animatori stanno lavorando e impegnandosi seriamente sia nella trasmissione della Parola di Dio, sia nell’aiuto ai fratelli.
La Bibbia che era ritenuta privativa dei protestanti viene sempre più conosciuta, amata e anche vissuta.
L’impegno di aiuto ai fratelli si manifesta nel visitare i malati, nel fare una sottoscrizione per aiutare qualcuno in particolari difficoltà, nell’unione per risolvere i problemi del quartiere.
Anche se crediamo che ci sia molta strada da fare, pensiamo che da questi gruppi possano nascere i futuri ministri e anche i futuri sacerdoti e religiosi. C’è la Scuola Professionale che attualmente prepara ogni anno più di mille alunni nei vari corsi di elettricità industriale, meccanica di automobili, idraulica industriale, aiutante di infermeria, puericultura, dattilografia, taglio e cucito, artiaianato e arte culinaria.
La preoccupazione non è solo di dare una formazione professionale in modo che gli alunni possano affrontare con una certa preparazione il mondo del lavoro e il mondo della famiglia, ma perché sappiano affrontarlo come uomini e donne coscienti .
Si inseriscono in questo contesto gli incontri di formazione che stiamo realizzando a tutti i livelli sui problemi del lavoro, del quartiere, della famiglia, gli incontri per gli ex-alunni, perché l’educazione possa aver una sua continuità e i giovani operai e operaie possano essere aiutati ad affrontare i problemi che incontrano.
Di fronte alla situazione di emarginazione in cui vive la gente dei nostri quartieri, per iniziativa della gente e di alcuni professionisti è sorto in Salvador il « lavoro di insieme ».
Pur rispettando la specificità di ogni quartiere e di ogni movimento (ci partecipano protestanti e cattolici, quartieri poveri, studenti e professionisti), il « lavoro di insieme » vuol riunire l’impegno di tutti quelli che, non soddisfatti della situazione attuale, vogliono fare qualcosa per cambiare.
La prima iniziativa è stata una raccolta di firme per protestare e attirare l’attenzione sul disinteresse che le autorità stanno dimostrando nell’affrontare i problemi di base come i problemi delle fognature e canalizzazione delle acque pluviali.
Questa unione dei quartieri, dei professionisti, con gli incontri, dibattiti, azioni che propone, aiuterà la gente ad assumere sempre più la propria storia, a diventare veramente autonoma, capace di formare un movimento proprio.
Quando nella Messa della domenica ci ritroviamo per l’incontro della Comunità, per l’ascolto della parola di Dio, per l’Eucarestia, comprendiamo che l’attività sociale che stiamo portando avanti, non è altro che una preparazione della Messa e nella partecipazione comune troviamo la forza e il coraggio per continuare nel lavoro di costruzione di quel cielo nuovo, di quella terra nuova a cui noi crediamo.
Quando parliamo delle nostre attività, a volte possiamo dare l’impressione che tutto vada bene, che non ci siano difficoltà, che non ci siano dubbi.
È vero proprio il contrario.
Non è affatto facile coniugare l’attività sociale con l’attività sacramentale di annuncio della Parola di Dio, di fedeltà alla comunione ecclesiale.
Non è facile aiutare la gente a crescere in maniera autonoma:… c’è sempre il pericolo della nostra interferenza.
Chi segue il lavoro che stiamo portando avanti è un piccolo gruppo, e, malgrado si creda che il Regno dei Cieli è simile ad un granello di senape, non può non destare preoccupazioni il fatto che la grande massa degli emarginati non riesce a seguire il nostro discorso e si riversa verso la religiosità tradizionale e verso i testimoni di Geova.
Siamo convinti che la risoluzione di questi problemi potrà avvenire in un processo dialettico, in una continua tensione per raggiungere una sintesi possibile.
A questo punto potreste chiederci: e noi cosa possiamo fare per voi? Forse la domanda dovrebbe essere: e noi cosa possiamo fare insieme? Come possiamo risolvere i problemi che ci affliggono in Brasile, in Italia…? Aiutare gli amici che portano avanti un certo discorso nel nord est del Brasile deve essere un impegno di portare avanti lo stesso discorso nel proprio
ambiente.
E allora l’impegno di aiuto si realizzerà come movimento di comunione ecclesiale e non come beneficienza, come segno di fratellanza, di impegno.