Da vari anni, Paolo collaborava alla redazione di testi di storia brasiliana e latinoamericana,
all’interno del CEHILA, un comitato di ricercatori che si dedicava a studiare i diversi aspetti
della storia del continente ed a pubblicare libretti scientificamente accurati ma di facile lettura
anche per persone non colte. Eduardo Hornaeert, sacerdote belga che da anni vive in Brasile,
pubblicò questa testimonianza, sul “Boletim da CEHILA”, n. 50, Maggio 1995.
Il lavoro di Paolo ha avuto sempre come caratteristica la preoccupazione di comunicare con quelli che non hanno l’abitudine di leggere. Paolo faceva tante ricerche con molto impegno e serietà, ma pochi documenti, raccolti un po’ da tutte le parti. Fu così che è riuscito a mettere insieme una ricca biblioteca di libri di storia dei popoli latinoamericani, sempre in una prospettiva di lotta, conquista e resistenza. Paolo non lavorava esclusivamente per la CEHILA – popular. Il suo mondo era quello della pastorale nella Bahia. In questo ambito, molte furono le sue pubblicazioni. Il suo amico, l’abate benedettino Dom Timoteo, diceva di lui: “Anche se con grande discrezione, l’esegesi scientifica si trova presente nei suoi lavori. Ma è una scienza che si rifiuta di sovrapporsi alla vita. La pastorale della Bahia deve molto a Paolo”.
Paolo non era uno scrittore accademico. Si distinse per il senso di realismo e per questo la sua più grande preoccupazione era quella di scrivere per la base, per chi non è abituato a leggere. Per questo il ricorso al disegno, a brevi capitoli di facile consultazione e la costante raccomandazione che faceva agli editori di pubblicare con caratteri grandi.
La presenza di Paolo tra di noi, anche se sempre discreta, è stata segnata da una accentuata originalità. Paolo aveva capito, come per intuizione, che la maggior parte dei problemi e delle difficoltà incontrate dalla teologia della liberazione derivano da una incapacità di comunicare con gli strati maggioritari della popolazione. Per questo non si preoccupava molto delle strutture gerarchiche della Chiesa, che accettava con spontaneità, né con pesanti discussioni teologiche, che lo stancavano.
Non era un radicale di sinistra né molto meno un adepto delle tesi di destra. Faceva parte del mondo clericale senza essere un clericale nel senso negativo della parola: da qui la sua accettazione del mondo laico e universitario. In fondo il tema che lo interessava di più era quello della comunicazione con la massa. Era come se si chiedesse sempre: “Come posso capire quelli che sono diversi da me?”. È una buona domanda per chi vive nella Bahia, dove la cultura bianca è in contatto quotidiano con la cultura nera.
Questo ha affascinato Paolo: la differenza, la diversità. E forse è stato per questo che l’italiano Paolo si è trovato così bene nella Bahia, perché ha sempre cercato forme nuove di comunicazione con la gente. Non si può dire che fu Paolo a catechizzare, a influenzare e formare il popolo con il quale viveva, ma piuttosto che fu il popolo che ha trasformato Paolo. La Bahia, in un certo modo, ha forgiato la vita di Paolo e ha fatto sì che fosse quello che veramente è stato.
Eduardo Hornaeert